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FAQ

Domande Frequenti

Risposte alle domande più frequenti sulla tecnologia, sul processo di cattura della CO₂ e sulle sue applicazioni.

Capire la tecnologia

Che cos’è la Direct Air Capture?

La DAC è una tecnologia che estrae anidride carbonica direttamente dall’atmosfera, non dai fumi di una ciminiera. L’aria attraversa un materiale che trattiene le molecole di CO₂, come una spugna; il materiale viene rigenerato attraverso un processo specifico e la CO₂ viene poi rilasciata in forma concentrata. Può essere stoccata in modo permanente in formazioni geologiche profonde o mineralizzata in materiali da costruzione. In alternativa, può essere riutilizzata nei processi industriali o convertita nei combustibili sintetici, ad esempio per l’aviazione. Le prime due strade generano crediti di rimozione e quindi emissioni negative, perché non c’è il rischio che la CO₂ venga rilasciata nuovamente in atmosfera. Con il riutilizzo, invece, la CO₂ viene riemessa, ma sostituisce quella di origine fossile o biogenica, contribuendo alla decarbonizzazione di settori difficili da elettrificare.

Se stiamo tagliando le emissioni, perché serve rimuovere CO₂?

La rimozione non sostituisce la riduzione delle emissioni e non ne rallenta l’urgenza: si aggiunge. Anche negli scenari climatici più ambiziosi, limitare il riscaldamento a 2 °C richiede di rimuovere dall’atmosfera quantità di CO₂ nell’ordine delle decine di gigatonnellate (miliardi di tonnellate) entro fine secolo. Serve per due ragioni: i settori hard-to-abate come aviazione, cemento, acciaio e chimica continueranno a emettere una quota residua per decenni, e la CO₂ già accumulata resta in atmosfera per secoli se non viene rimossa.

Non è più semplice piantare alberi?

Le foreste sono indispensabili: vanno protette ed estese, ma da sole non bastano. Il carbonio che immagazzinano è esposto a incendi, siccità, patogeni, specialmente con le temperature medie in aumento, e può tornare in atmosfera nel giro di pochi anni. La DAC offre una rimozione misurabile, verificabile e stabile su scale temporali geologiche, occupando una frazione della superficie richiesta da una foresta equivalente.

Perché usate l’immagine di un camino?

Perché i nostri impianti possono sfruttare l’effetto camino per la generazione del flusso d’aria attraverso i filtri. In questa configurazione, è come se i nostri impianti fossero ciminiere al contrario: dove una ciminiera immette CO₂ nell’atmosfera, dai nostri camini esce aria pulita priva di CO₂ perché i nostri moduli l’hanno preventivamente estratta.

In cosa siete diversi dalla cattura al camino, comunemente indicata come CCS (Carbon Capture and Storage)?

La cattura point-source intercetta la CO₂ prima che entri in atmosfera, tipicamente da un impianto industriale o una centrale, e si applica dove le emissioni sono concentrate in un unico punto. Riduce le emissioni, ma non può agire su quelle già rilasciate. La DAC lavora invece sull’aria ambiente, dove la CO₂ è molto meno concentrata (circa 0,04%, cioè 420 ppm, contro percentuali molto più alte nei fumi) e per questo richiede un processo che minimizzi il consumo elettrico per renderlo sostenibile, scalabile e non costoso. In compenso, funziona anche dove le emissioni sono diffuse, non è vincolata dalla posizione e permette rimozioni nette. Le due tecnologie non sono alternative: uno scenario net-zero le richiede entrambe.

Quanta CO₂ bisogna rimuovere perché faccia la differenza?

Secondo l’IPCC, tutti gli scenari che limitano il riscaldamento a +1,5 °C prevedono rimozioni di centinaia di miliardi di tonnellate di CO₂ in questo secolo, attraverso metodi naturali e metodi tecnologici come la DAC. Il rapporto UNEP Limiting Overshoot (settembre 2026) aggiunge che quel limite sarà superato e che per tornare al di sotto serviranno emissioni nette negative: piùCO₂ rimossa di quella che continuiamo a emettere. Oggi la rimozione totale è di circa 2,2 miliardi di tonnellate l’anno (meno del 6% di tutta la CO₂ emessa nel 2024), ed è quasi tutta basata su foreste ed ecosistemi, minacciati da eventi estremi, mentre la rimozione duratura, come quella delle tecnologie DAC, è una frazione minima.

Il divario tra la capacità attuale di DAC (decine di migliaia di tonnellate l’anno) e quello che servirebbe secondo questi scenari è enorme, ma non è senza precedenti: l’ordine di grandezza di scale-up richiesto dal settore è paragonabile a quello che il fotovoltaico ha realizzato in quindici anni (The State of CDR, giugno 2026). La modularità del nostro impianto nasce esattamente per percorrere quella curva di apprendimento.

Come lavoriamo

Da dove viene l’energia dei vostri impianti?

La DAC è generalmente un processo energivoro. I nostri impianti sono progettati per funzionare prevalentemente con calore a bassa temperatura, generato in loco (solare termico) o recuperato come scarto da un processo industriale, riducendo al minimo il contributo elettrico. Per il partner industriale questo significa valorizzare uno scarto e risparmiare sui costi di raffreddamento. Il nostro consumo elettrico è inferiore ai 300 kWh per tonnellata di CO₂ catturata, con una roadmap tecnologica che punta a scendere sotto i 100 €/t con lo scale-up industriale entro il 2035.

Come misurate e certificate le tonnellate rimosse?

Il processo è progettato per essere misurato in ogni fase: portata d’aria in ingresso, differenziale di concentrazione di CO₂, efficienza del ciclo del materiale adsorbente, compressione e trasferimento allo stoccaggio. La rimozione si conta al netto, sottraendo le emissioni necessarie a ottenerla. La certificazione è in corso e seguirà il quadro europeo CRCF, con verifica di un ente terzo indipendente.

Dove finisce la CO₂ e quanto dura lo stoccaggio?

La CO₂ estratta viene purificata e compressa. Se destinata alla rimozione permanente, viene iniettata in formazioni geologiche profonde, dove resta intrappolata da meccanismi fisici e chimici su scale temporali di migliaia di anni. I siti di stoccaggio sono soggetti a monitoraggio sismico e a tracciamento dopo l’iniezione, secondo la normativa europea sullo stoccaggio geologico.

Rimozione o utilizzo: cosa genera davvero un credito?

È la distinzione più importante. Quando la CO₂ catturata viene stoccata in modo permanente, o incorporata in materiali durevoli, si genera una rimozione certificabile. Quando invece viene riutilizzata in un processo industriale o trasformata in un prodotto a vita breve, si parla di utilizzo (o CCU): è un’attività che sostituisce la CO₂ di origine fossile o biogenica per ridurre l’impatto climatico al minimo. Non genera crediti di rimozione ma contribuisce alla decarbonizzazione industriale.

A che punto è la tecnologia?

Il nostro impianto pilota, con capacità nominale di 30 tonnellate di CO₂ all’anno, è in funzione da Q4 2025 e ha superato le 1.000 ore di esercizio. Ed è in arrivo il primo impianto industriale.

Per le imprese

Posso integrare un modulo nel mio stabilimento?

Sì. Il sistema è progettato per il retrofit industriale. Il design modulare su skid consente l’installazione in sito senza interventi invasivi sulla linea produttiva esistente, valorizzando il calore di scarto già disponibile. La configurazione si dimensiona sul profilo termico dello stabilimento e sulle disponibilità di superficie. Con una prima valutazione, senza impegno, definiamo insieme un dimensionamento e un’ipotesi di costo. 

Rimozione o evitamento: qual è la differenza per la mia rendicontazione?

L’evitamento significa impedire che nuova CO₂ entri in atmosfera, come fa un impianto CCS. La rimozione significa toglierne fisicamente una quantità già presente, cioè fare DAC con stoccaggio permanente. Gli standard di riferimento, a partire dal CRCF europeo, riconoscono la seconda come neutralizzazione delle emissioni residue, ed è la direzione verso cui si stanno muovendo gli obblighi di rendicontazione e i piani di transizione richiesti alle imprese.

Perché un’azienda dovrebbe acquistare rimozione oggi?

Per tre motivi. Gli standard net-zero richiedono rimozioni di lunga durata per le emissioni residue. L’offerta di rimozione permanente è ancora limitata. E la proposta di revisione dell’ETS del 17 luglio 2026 prevede acquisti pubblici di rimozioni permanenti certificate fino a 250 milioni di tonnellate tra il 2031 e il 2040, che potrebbe aumentare la competizione per la capacità disponibile. Accordi di fornitura di lungo periodo permettono di assicurarsi i volumi prima che il mercato si stringa.